Parola.

Leggermente sudato, eccitato in un certo qual modo, di quella eccitazione che le persone hanno quando credono che gli stia succedendo qualcosa quando, per buona parte della vita di ciascuno, non succede assolutamente niente.
L’uomo prende un mezzo secondo di fiato e rimane per qualche istante sullo stretto crinale a cui è arrivato prima di lanciarsi giù a fondovalle.
Né troppo presto, né troppo tardi, l’uomo inizia a parlare.
Più della interpretazione del discorso appare chiaro fin da subito che non c’è niente in quella performance di più piacevolmente alienante della prosodia, inseguire i termini che piano piano si accumulano di fronte al parasputi d’una sottile lastra silicea che divide l’uomo dai suoi bersagli sarebbe un gesto di follia.
Le parole sono sé stesse e il loro esatto contrario, nel volgere di una frase, il cervello pigro,piano, smette di interpretarle.
La voce, rimane, come il tema centrale dopo l’apertura, procede tra variazioni e permanenze, piatta prima, poi suadente, poi fredda, nuovamente altalenante come una giostra.
Pensi alle mille storie di eroi imprigionati in bui sotterranei che all’improvviso sentono echeggiare tra le vuote aule una qualche nenia come minaccia di un qualche incantesimo in una lingua morta.
L’uomo è vagamente eccitato come lo sono gli assassini prima di colpire, come coloro che violano in qualche modo un altro nell’attimo prima, nel momento in cui tutto sta per iniziare e finire.
L’uomo è tutto, mentre i tuoi occhi si abituano.
Ti accorgi che è dappertutto nella stanza, poi ti sembra che sia la stanza stessa ad essere l’uomo.
Dovunque trovi la sua bocca, le sue mani, il suo aspetto rispettabile.
La voce, la nenia.
Ti rendi conto che le parole straniere non sono in un’altra lingua, forse potrebbe essere la tua, ma tutto è sbagliato, come se qualcuno stesse giocando a raccogliere a caso le parole da un dizionario e le stesse mischiando nella bocca dell’uomo.
Ciò che è vero è il suo contrario.
L’uomo parla e tu non lo stai ascoltando, è inutile.
Inutile.
L’uomo è un occhio enorme che appare mentre guardi fuori dalla finestra, ti giri e l’uomo è ancora dentro la stanza.
L’uomo o l’occhio ti guardano dalla finestra.
Fuori un uomo enorme è sdraiato sul paesaggio, o ti sembra, che l’uomo sia il paesaggio.
L’uomo è la stanza. L’uomo è l’esterno.
Continua a parlare per quanto tu sia annoiato da un discorso lungo che potresti anche comprendere, no, che comprendi probabilmente, riconosci alcuni termini, qualcosa sta dicendo, ma non ha senso, è ammucchiato come i mattoni su una catasta, come lingotti di metallo in un deposito. Non somiglia a nulla.
Vorresti che l’uomo smettesse. Gli urli contro magari, dalle due alle tre volte. L’uomo parla e non ti ascolta.
L’uomo è stancante.  Finito il fiato e le forze ti fermi.
L’uomo non smetterà mai di parlare, nel bisogno irrinunciabile di dire tutto quello che sta dicendo. Che è tutto.
Tutto vero, tutto falso. Reale, finto. Buono, cattivo. Bello, brutto.
L’uomo è tutto, e sopratutto quello che desideri.
Continua a parlare e ti sorride.
Vorresti uscire, ma sai già che non c’è posto, e comunque non ne hai voglia.
L’uomo esiste, e ti guarda, e ti parla.
Sentilo cantare.
L’uomo è l’uomo.

A reti unificate.

 

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