Non ubbidire [A.de Céspedes]

25 gennaio

Giorni or sono ho annunziato a Mirella che intendevo festeggiare in qualche modo i suoi vent’anni; le ho detto di invitare i suoi amici a prendere il tè. Lei mi ha ringraziato, ma senza entusiasmo. Io ho aggiunto che avrebbero potuto anche ballare: avrei tolto la tavola in sala da pranzo e anche la porta, acciocché la stanza facesse tutt’una con quella d’ingresso. Un amico di Riccardo aveva promesso di portare alcuni nuovi dischi americani. Lei ha detto che avrebbe fatto gli inviti.
Stasera, invece, mi ha dichiarato che preferisce rinunziare: la maggior parte dei suoi amici non è libera, quella sera. Inoltre, ha aggiunto con uno sforzo, per quella sera, già da qualche tempo, ella è invitata a cena. «Mi dispiace» ha detto. Anch’io ho detto: «Mi dispiace».
 
 
Poi, pronunziando con riluttanza quel nome, le ho chiesto se fosse invitata da Sandro Cantoni. Ha risposto sì, da lui e da altre persone, ma io ho capito che non è vero o, seppure è vero, non sono esse che contano per lei. Le ho domandato perché non invitasse questi amici, a casa. Ha detto che è impossibile, che è gente abituata a ricevere e, insomma, a vivere in un modo diverso dal nostro, un modo che io non conosco. Ironicamente ho obiettato che, finora, ho sempre saputo come si vive e come si riceve; ho parlato della mia famiglia, della mia educazione, precisando che né lei né i suoi amici avevano nulla da insegnarmi. Mirella si è scusata, ha detto che non aveva intenzione di offendermi, ma insomma noi non riceviamo da anni e tutto è cambiato, nessuno prende più il tè, bevono cocktails, lei detesta le festicciuole familiari. Nel vedermi amareggiata ha soggiunto che,se proprio ci tenevo, avrebbe rinunziato a uscire, quella sera, sarebbe rimasta in casa con noi, ma noi soli; e sarebbe uscita la sera seguente.
Forse avrei dovuto accettare almeno per mostrarle che non è libera di fare proprio tutto ciò che vuole; invece una sorta di fierezza mi ha suggerito di rispondere: «Grazie, non c’è bisogno che tu faccia questo sacrificio». Mi domandavo che cosa dire a Michele, al quale avevo annunziato questo piccolo ricevimento, trovare una scusa mi pareva una impresa difficilissima, benché in realtà sapessi che bastava una scusa qualsiasi: Michele sarebbe stato così contento di non aver gente in casa, poter trascorrere la domenica come lui preferisce, accanto alla radio, tranquillo, che avrebbe accettato qualsiasi spiegazione.
 
Intanto osservavo Mirella: china sulla scrivania era intenta a verniciarsi le unghie con lo smalto rosso. Ha una mano lunga, fine, bellissima: la teneva appoggiata a un grosso volume di economia politica. Mirella studia legge, come suo fratello. Non è vero che è impensierita per gli esami, l’ho detto a Michele per giustificare lo stato d’animo di lei e la mia apprensione: studia poco, ma con una volontà ferma e precisa, i suoi voti sono sempre superiori a quelli di Riccardo benché a me pare che sia lui il più intelligente. Ieri ha detto che darà tutti gli esami a giugno. Temo che questa sua decisione nasconda qualcosa: volevo parlargliene e, invece, quasi senza accorgermene, le ho domandato: «Ha intenzioni serie?». Lei ha chiesto: «Chi?». Io ero pentita di aver intavolato questo discorso, ma ho risposto: «Cantoni».
L’ho vista arrossire nello sforzo di rimanere calma: ha detto che aveva sbagliato nel parlarmi di queste cose, l’aveva fatto soltanto perché non le piace mentire e perché mi giudicava una donna intelligente, comprensiva. Poi, sempre arrossendo, ha aggiunto che non ha alcuna intenzione di sposarsi per il momento, che vuole guardarsi attorno, godere la vita, e che, del resto, questo è quanto io le ho consigliato incitandola a continuare gli studi, a iscriversi all’Università, per lavorare, un giorno, ed essere indipendente: «Dicevi sempre che, così, avrei potuto fare a meno di sposarmi col primo venuto soltanto allo scopo di farmi mantenere. Non sei stata tu stessa a dirmi questo?».
Ho dovuto ammettere che è vero.
 
 
Seguitavo a guardarla e mi domandavo se già conoscesse un uomo. È piuttosto bella: alta, snella, desiderabile. Mi pongo questa domanda anche ora, mentre scrivo, e me ne vergogno quasi: perché è tremendo per una madre domandarsi questo della propria figliuola, una ragazza ventenne. Infatti non potrei parlarne ad alcuno: Riccardo e Michele reagirebbero con violenza. Gli uomini dicono sempre: «Guai se mia figlia, guai se mia sorella…» dicono: «Non ammetto».
È facile dire «Non ammetto». Intanto certe cose accadono e le ragazze che le compiono sono pur figlie e certo i loro padri hanno tutti fatto le stesse minacce. Non appena Mirella fu adolescente, io le parlai francamente di ciò che accade nel matrimonio e insomma tra uomo e donna, nella vita. Ricordo anche che mi domandai se già non lo sapesse, perché il mio discorso non sembrò sorprenderla, ma solo infastidirla. Michele mi approvò, disse che una ragazza, in tal modo può difendersi. Non ci domandavamo, però, se ella avrebbe voluto difendersi: ci pareva ovvio, indiscutibile. Adesso invece comincio a dubitarne: penso che all’età di Mirella io ero già sposata, aspettavo Riccardo. Non lo avevo mai considerato, finora, pensavo che fosse sempre una bambina e questi problemi, per quanto la concernevano fossero soltanto teorici. Adesso bisogna fronteggiarli, invece. Io le ho parlato tante volte della morale, della religione, ma ora temo che con le parole si lotti male contro i sentimenti e, diciamolo pure, contro gli istinti. Forse avrei fatto bene a trattarla duramente, a minacciarla, e invece le ho detto: «Senti, Mirella, ti ho comperato il cappotto rosso. Volevo dartelo il giorno del tuo compleanno. È nell’armadio, in un pacco». Lei mi guardava fissa e non sembrava neppure contenta. Io ho aggiunto: «Spero che ti piaccia. Costa molto». Ho fatto per alzarmi, andarlo a prendere, lei ha creduto che volessi mettere fine al nostro colloquio: ha appoggiato la fronte sulle mani, tenendo le dita sollevate perché le unghie erano bagnate di smalto, e si è messa a piangere.
 
 
 
Ho provato un improvviso freddo nella schiena, avrei voluto che non avessimo incominciato mai questo discorso. Volevo uscire dalla camera, ero vigliacca. Invece mi sono avvicinata a lei, l’ho presa tra le braccia mentre ella scostava le mani per non macchiarmi di smalto. «Che è accaduto?» le ho domandato sottovoce: «È molto grave? Confidami qualsiasi cosa, capirò tutto, Mirella, ti supplico, abbi fiducia». Lei mi ha guardato negli occhi e ha capito ciò che sospettavo: «No» ha detto «non è accaduto nulla di quello che tu pensi. Voi pensate sempre soltanto a una cosa, soltanto quella vi sembra temibile e, invece, non ha poi questa grande importanza». Io non sapevo più che supporre, mi domandavo che cos’altro potesse essere altrettanto temibile per una donna. «E allora?» le ho chiesto. Lei si era già ripresa, diceva: «E allora non so, mamma, ho avuto un attimo di scoraggiamento. Tutto è tanto difficile». Sollevata ho risposto che la comprendevo benissimo, che avevo avuto anch’io vent’anni, ma lei sorrideva scrollando la testa, sembrava non crederlo. Del resto, mentre le dicevo così, io stessa avevo l’impressione di ingannarla.
Innanzi tutto non ricordo bene come fossero davvero i miei vent’anni e, inoltre, se voglio essere sincera, mi sembrano molto diversi dai suoi. Io non rammento di essere stata padrona di scegliere tra il mio bene e il mio male, com’ella è oggi; e non a causa di tante usanze che sono mutate, ma proprio per una mia condizione intima. Nei miei vent’anni c’erano già Michele e i bambini, prima ancora che incontrassi lui e che essi nascessero; erano nella mia sorte, più ancora che nella mia vocazione. Non avevo che da affidarmi, ubbidire. A pensarci bene mi sembra che questa sia la causa dell’inquietudine di Mirella: la possibilità di non ubbidire. È ciò che ha cambiato tutto, tra padri e figli, e anche tra uomo e donna.

[Alba de Céspedes – Quaderno proibito]

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