Depressione cranica

 

 

 

IV.  “Caedite eos! Novit enim Dominus qui sunt eius”

 

Una volta, in guerra, sapevo dire esattamente qual’era un giorno per morire.
Non era difficile con tutti i compagni d’arme che mi circondavano, ognuno di quei giorni era un allarme continuo;
c’era chi non si fermava alla percezione, tra le ossa, c’è anche chi nei giorni per morire, muore davvero.

O ci prova.

Quando si è in guerra è più facile che qualcuno lo faccia. La guerra esalta, esagera, dicevano, limita le escursioni, massimizza le emozioni, sembra banale farsi guidare la mano da un sentimento, dalla morte infiltrata sotto la pelle.

Ricordo i giorni della morte in trincea a sventare questo o quel tentativo di strapparsi via a morsi la vita, quei visi amici trasfigurati in mostri, cani mastini che insultano e ti pregano di fermarli allo stesso tempo.
Se ci ripenso ora non so perché ci affaticavamo tanto a salvarli, cosa ci spingesse con la morte nei polmoni ad impedire che trionfasse nel corpo di qualcun altro.
Convenzione, paura, catarsi, una pura scarica di vita per tentare di riattivare i battiti interrotti.
Non riesco a credere che fosse amore o razionalità, sono cose che i giorni morti ti fanno sembrare ridicole, deboli, ipocrite. Se potessi fare uno sforzo forse direi che c’erano anche quelle eroiche e romantiche esternazioni che piacciono a tutti, ma impure, minoritarie, mischiate, irriconoscibili, in fin dei conti non loro, mai loro.
Se anche potessi sforzare di ricordarmi, e ricordo benissimo, in fondo non servirebbe a nulla.

La guerra è finita, poi, ad un certo punto.
Alla fine della guerra comunque eravamo tutti un po’ morti, specie i sopravvissuti, ho il sospetto in realtà che sia finita per quello.
Perché siamo tutti morti, di una morte un po’ peggiore, e lei, lei, ha perso interesse per noi, poiché le eravamo oltre.
La guerra è finita, la morte ha smesso di preoccuparci, insieme a un mucchio di altre cose;
eravamo come le pallide ombre perlacee di qualche esercito morto nelle prime ere che attenderà per millenni un eroe da aiutare in qualche altra guerra di cui comunque non ci importerà poi molto.

Siamo salvi, mi verrebbe da dire, se non mi venisse insieme da ridere;
con nessuna lama ci morderemo le carni, proprio nel momento in cui perde ogni senso contrapporre la lama alla carne, e  la carne al sangue, e il sangue alla vita o alla morte e la morte al male o il male al bene.
Da tutto siamo equidistanti, e fissiamo vaghi, ascoltiamo silenziosi.
Ad allungare la mano sembra di sfiorare con tocco di fantasma.

Eppure neanche ora riesco a sfuggire alla sensazione che dà l’approssimarsi di uno di quei giorni giusti per morire, forse ora c’è persino più affinità, e meno rabbia.
Questa sensazione che non è che brani di citazioni o nulla, come me, non potrei dire se sia questo freddo più pungente o la luce che pare ogni momento abbandonarti come quella di una candela sul punto di soffocare (eppure è il sole, credo, dietro le nubi, credo), se mi paia la voglia di dormire per mai più alzarmi o il desiderio di esplodere in un pianto disperato più adatto a figurare la condizione.
A volte è l’idea di cavarmi gli occhi per non vedere. A volte è la pesantezza del corpo che abito, come fosse stanco di me.

Io credo che anche gli altri riescano a sentirlo, ma non gliel’ho mai chiesto. Siamo vecchi e di queste cose non parliamo più.

Sono solo.
Una volta con loro avevo la disperata sensazione che non ce l’avremmo mai fatta.

Ora non potrei abbandonarmi a qualcosa di così falsamente titanico.
I giorni morti mi congelano, un’ombra perlacea che fa la statua di sale e inventa stratagemmi e chiacchiere per non sentirsi inutile.
Tocca con mano spettrale, sussurra rumori di catene.
Fermo come un reduce di una guerra con un proiettile bloccato nella spina dorsale, quando arriva il freddo e si ingrossa.
Non posso fare niente, io, non so, non riesco…

Ma nel mare di nebbia che ci ha accolto questa non è che un’increspatura.
Sulle linee di campo, una breve depressione del rumore.
Lo spasmo involontario di un muscolo ancora affidato ad una reazione ormai inutile.
La morte ci ha già catturati alla fine della guerra, ha vinto e ci tiene sospesi, in attesa.

Da sotto al velo sento ancora i giorni che si dedica, e torno a temere, mille cose, a sentirmi, debole, ad avere paura di me.
Vorrei poter dormire presto, ma dovrò presenziare al suo corteo.
Immobile come una statua di prigioniero ferito.

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La democrazia non si processa.

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La cosa che più mi fa rabbia è il fatto di non poterla più esprimere.

 

 

 

(E i pari che non mi lanciano più nel ghetto degli inferiori, ma in quello dei superiori.
“Scusa se non possiamo capirti, siamo troppo stupidi, meglio se rimani chiuso in te stesso.”
Suppongo che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non accoglierà mai un mio ricorso su questa discriminazione.)

 

 

 

 

 

 
(chi cazzo li ha mai sentiti i discorsi belli tondi e ragionevoli)