d’un Fauno, d’una Menade

 

Come la domanda che si fa sui ciechi, con spreco di violini, come farai a spiegare cos’è un colore a chi è stato privato da sempre, per sempre, di essere ammesso al miracolo della creazione del mondo dalla luce?
Come farai, a spiegare un giorno felice, a chi non riesce a percepire giorni che sian stati diversi dal primo che son nati, all’ultimo che hanno chiuso, andandosene a letto smarriti dentro al vuoto?
Quel che non posso dire, è la mia malinconia, vedere a largo un braccio che saluta affondando, un braccio che ti è caro, affondare, in un madre splendido d’estate che ti nutre e ti ristora.
Quel che non posso dire è la mia malinconia.
Come il gioco che facevo con mia sorella, di cercare di capire fuori dall’acqua che diceva quello con la testa immersa. O viceversa. E se oggi sono io viceversa, come faccio a dire a quella testa sommersa, che splende il sole e fa bel tempo, in qualche via di Roma?
Quel che non posso dirle è la mia malinconia.
E così rimarrò, felice e triste, baciato da un giorno di sole, una luce arancione e dorata che non posso spiegare a chi non ha mai visto un colore.
La pelle ha il tepore.
Il cuore la tenerezza.
Il foglio ritrova le parole di una notturna canzone d’amore.

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