d’un Fauno, d’una Menade

 

Come la domanda che si fa sui ciechi, con spreco di violini, come farai a spiegare cos’è un colore a chi è stato privato da sempre, per sempre, di essere ammesso al miracolo della creazione del mondo dalla luce?
Come farai, a spiegare un giorno felice, a chi non riesce a percepire giorni che sian stati diversi dal primo che son nati, all’ultimo che hanno chiuso, andandosene a letto smarriti dentro al vuoto?
Quel che non posso dire, è la mia malinconia, vedere a largo un braccio che saluta affondando, un braccio che ti è caro, affondare, in un madre splendido d’estate che ti nutre e ti ristora.
Quel che non posso dire è la mia malinconia.
Come il gioco che facevo con mia sorella, di cercare di capire fuori dall’acqua che diceva quello con la testa immersa. O viceversa. E se oggi sono io viceversa, come faccio a dire a quella testa sommersa, che splende il sole e fa bel tempo, in qualche via di Roma?
Quel che non posso dirle è la mia malinconia.
E così rimarrò, felice e triste, baciato da un giorno di sole, una luce arancione e dorata che non posso spiegare a chi non ha mai visto un colore.
La pelle ha il tepore.
Il cuore la tenerezza.
Il foglio ritrova le parole di una notturna canzone d’amore.

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Federico

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La mia cattiva fede la chiamerò Federico, perché non sta bene.
Ha carie nella bocca che neanche tutto lo xilitolo della Finlandia basterebbe a pulirgli quella fogna.

Se lo molli in uno sgabuzzino Federico si trova bene,  in quel clima caldo secco buio habitat naturale degli stracci per la polvere e delle aspirapolvere e delle robe coperte di polvere Federico si conserva come la mummia assira di qualche bel demone emetico.

Capace anche che ti ringrazi della vacanza.
Quando esce.

Federico dallo sgabuzzino esce quando cazzo gli pare.
Puoi averlo chiuso a chiave.
Puoi averci messo davanti un armadio.
Roba che funziona con quelle mezze seghe di Alone in the Dark.

Federico apre la porta, sposta l’armadio, si gratta il culo e ti chiede che stai combinando, di ‘sti tempi.
LA SENTIVI LA MIA MANCANZA, EH?

Fanculo Federico.

Federico è quella voglia che improvvisamente torna di spaccare una muta icona.
Il problema non è la sua bocca di cesso o la sua malvagia risata da cattivo di serie B.

Il problema è che è fede, pessima fede.
Quella merda riesce ad arrivarti fino al sistema nervoso centrale dritto come un trapano, calcia come la migliore delle scimmie e ti trascina.
Federico è quello che ti trascina nei viaggi più di merda.

Il problema è che quel piccolo stronzo ti fa ancora credere in lui, sorride, si ripulisce.
“Questa volta non ti lascerò a notte fonda appeso per le palle al Promontorio della Paura”.

Faccia di Cuoio, vieni a liberarmi.

In quale fosso vuoi lasciarmi stavolta, Federico?
I reni si vendono bene al mercato nero insieme alle facce dei creduloni.
Nah, Federico lo fa perché adora questa merda più di sé stesso.

Federico non si trova attraente, non ha mai avuto fiducia in sé.
E chiede di averla a me.
Federico mi invita, mi prega, mi implora, mi lusinga.
Credimi questa volta, credimi.
Ed io gli credo anche.
Ma Federico non ci crede a sé.
Federico crede che si farà quattro risate, spiandomi dallo sgabuzzino mentre divento verde e viola.
Mentre mi vergogno della mia ingenuità.

Ride Federico, ride.
Non sta bene, Federico.

Federico è un desiderio psicolabile che si cerca e si nega in continuazione.
Federico è il bisogno di spiritualità di un ateo praticante.
Federico è in malafede.

Vaglielo a spiegare, a Federico, di tutte le tue belle parole su di lui mentre sghignazza.

TI HO FOTTUTO UN’ALTRA VOLTA, MERDA!

Federico è un’anima semplice.
Un impulso primario.
Si accontenta di poco.

Di dare fuoco ai miei ordinati campi, ai miei simmetrici accampamenti, alla mia stanza disordinata e sporca.

Sì, sì, hai ragione.
Sono io quello fottuto, Federico.
Quello che ha perso tutto.
La vecchietta in ginocchio di fronte agli eserciti d’occupazione, in lacrime, mentre il faccione del presidente che ha dichiarato la guerra alla tua nazione campeggia ancora stracciato dai muri frantumati.
Lubrificante per cingoli e anfibi.
Davanti al mio faccione sorridente, sbiadito in fotografia.

Sono io che ho perso Federico.
Re Chiodo se n’è scappato, sto popolo strascinato alla guerra se deve ricostruì tutto.

Come ridi bene Federico.
Come ti spaccherei la faccia.
Come ti infilerei tutti i denti nel petto, lentamente.
Come ti spellerei la pelle a forza di schiaffi.

Ma tu sei la mia mala fede, Federico.
Un fottuto insulto del tempo.
Un vilipendio.
Sei immateriale come un coniglio immaginario.

Tu mi guardi dallo sgabuzzino e ti diverti come un pazzo, stasera.

Sono io che blatero e mi agito come un vecchio beone in delirium tremens.
Una crisi d’astinenza.

Federico tu non stai bene.

Appunti di un viaggiatore nelle terre del capitalismo reale

 

Esattamente,
Immaginando di essere su di un treno
Nella notte
Presi dalla fretta di dover arrivare in tempo
In un punto
Per non perdere coincidenze e appuntamenti,
Cos’è
quell’insana voglia
Di tirare il freno d’emergenza
con gesto violento
E buttarsi all’indietro
Cadere sul pavimento della carrozza
Aspettando di vedere
che cosa accadrà?

Risoluzione strategica numero 22

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Plastica.
Carta.
Cristallo.
Pietra.
Il mio cuore era già gonfio quando passai il primo castello.

Non chiesi nulla alla mia muta guida.
La ventiduesima porta era scolpita di una storia così viva da farmi lacrimare.

Gli uomini sembravano fermati nella pietra del racconto da un anatema.La mia muta guida non parlava.
I suoi occhi di latte guardavano il cielo di perla.

“Domani pioverà”
Avrebbe potuto dire.
Non lo fece.

La mia guida camminava muta.
Avvolta nella sua veste di piume corvine.
Guardava il cielo bianco e assassino.
Chiudeva le vesti con le mani crepate d’avorio antico.

Dopo la ventiduesima porta non smisi di piangere.

I monconi delle ali iniziarono a sanguinare.
La camicia cominciò ad arrossire.
Ad annerire.

Dimenticai la mia mitezza.

I miei denti erano perle aguzze
I miei pensieri lucidi e violenti
I miei occhi in fiamme
La mia testa nera.
Cominciai a brillare spettrale e fioco.

La mia guida camminava muta, la sua mano tesa di fronte.

Il bunker #36 era semidistrutto.
La porta divelta dai cardini.
Il soffitto sfondato.
Le mitragliatrici fuse da troppo calore.
Macchie di granate.
Cemento disarmato.

La mia guida prese un pezzo di metallo ancora incandescente
Tra le mani d’alabastro
Lo strinse con tutta la sua forza.

Sentì l’odore della carne bruciata.

Lenti secondi.
La mia guida lasciò cadere l’acciaio al suolo.

Mi porse le mani.Il fuoco aveva scritto il mio nome segreto.

Cercai il muro dietro me, vi poggiai il peso.
Guardai attraverso le sue vesti pesanti.L’orizzonte.
La mia guida ripartì veloce.
Mi rialzai, la seguii.

Il sangue dalla mia schiena era colato sul muro a disegnare
La mia ombra rossa.

Attraversammo un roveto di rose.
Una galleria arrampicata
A formare una soglia.
Le vesti strappate e insanguinate di un uomo
Tenevano i delicati petali profumati
Sulle unghie.
Affondai il capo nel petto.

Attraversammo un arco di ombra
Sfuggente allo sguardo
Presente e scomparso
Allo stesso tempo
Presente e nascosto
Arato e innalzato
Immateriale e concreto.

Passati che fummo
Sparito alla vista
L’ultimo manufatto
La mia guida si fermò in attesa.

Di fronte a noi non c’era che una pianura.

Guardai l’orizzonte.

Mi tolsi la camicia, lorda di sangue.
A petto nudo, mi girai.

La mia guida aspettava.

Mi avvicinai.
Le fui di fronte.
Alzai lento le mie mani artigliate.
Piano, senza graffi, le tolsi le vesti.

L’avorio della sua pelle apparve abbagliante.

Mi guardò il fondo degli occhi di fiamme verdi
Con la traccia delle sue cornee lattee.

In silenzio alzò le braccia magre e mi cinse la schiena in un abbraccio.
Le sue mani piene di vesciche fresche si adagiarono
Sulle mie antiche mutilazioni sanguinanti.

Tentazione


In quiete è la stanza.
Rumore di fan coils.
Ventole di computers.
Muovono l’aria altrimenti immobile.
Io sono la terra.
Che non si muove.
Io sono la terra.
Un sasso di carne.
Mi impongo il decoro di questa stanza vuota.
C’è polvere in tutti gli angoli.
E faretti bruciati.
Le prese si staccano dal muro.
Le crepe sugli architravi.
La statua di elefante che un ragazzo africano mi ha donato per pochi euro.
Buona fortuna, mi ha detto.
Buona fortuna, mi ha sorriso, con i suoi denti di perla.

In questa stanza la quiete è apparente.
Io sono un sasso magnetico.
Vibro e mi muovo attratto.
Attrazione debole.
Attrazione forte.
Debole.
Forte.
Onde di marea.
Il mio sangue vuole uscire da me e diventare un golem.
L’attimo dopo scorre come un fiume placido.
Il mio corpo è un sasso che vibra e non sa decidersi
se muoversi o no
alla prossima onda.

La stanza è una quiete apparente
come quella che ti difendeva
prima che tuo fratello ti invitasse ad imparare a volare
perché la stanza scomparirà
ma tu non volevi
e la stanza è scomparsa
è tu sei morto.

Voglio cedere alla tentazione
come tutti i santi uomini
Non lo sanno
il sasso che io sono
e la stanza
Che aspetto la marea
forte
sempre più forte
Per distruggerli
con violenza
da assassino.

Questo è il primo vento.
Il colpo sordo sulla porta del destino.
Il brandy forte (in bocca, sulle ferite) per darmi il coraggio.

Testo

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2~3 AM

Scrivo.
Un cellulare cinese raccoglie i miei pensieri.
Niente macchie nere sotto le dita stanotte. Avrò tempo di macchiarmi di nero.
È una delle promesse.
Ma la notte è già vecchia. Ho bisogno di scrivere su pagine di luce, ora.
Tocco tasti veloce.
Sto diventando bravo.
Pochi errori, subito corretti.
Scrivo dove le parole si incontrano e cadono.
È un fiume.
Vorrei scrivere una poesia ma è così presto.
o troppotardi.
Vorrei dormire, mangiare, sentire il suono della pioggia sotto il mio letto.
Ha mai Dio scritto un messaggio segreto da lasciare ai suoi uomini, nascosto tra valli e monti?
Poteva essere: “io non esisto” ?
Le parole sono l’acqua della pioggia che forma un fiume segreto sotto la mia nuca rasata da monaco obbediente.
Ascoltandole posso addormentarmi, passandole una volta ancora tra le labbra.
Prima di chiudere gli occhi, un segreto mi scivola via dalle labbra come pioggia sottile. Rimane sul cuscino, opalescente.
Risale sul mio cranio, si stende come ragnatela.
Occupa i miei sogni.
Devo provate a spegnere gli schermi e chiudere gli occhi.
Smettere di guardarli aspettando.
Dorme.
Dorme.
Non c’è nulla che possa fare per aiutare vento e pioggia. Devo spegnere con decisione.
Dormire cercando di sopire questa fame dimenticata di domani.
Dovrei chiudere ora.
Qui.
Chiudo.

ADDIO.
A te.
Addio.

La notte muore anziana, lasciandomi un giorno neonato tra le braccia.
Un idolo dagli occhi lapislazuli.

(Il rumore di un camion di cialde di caffè che parte per il lavoro)

Se dovessi parlare della vita

 

 

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“Ho messo il cuore dello stregone sotto le coperte del letto di Euridice. Ma non si muove, pulsa un pò soltanto muovendo la codina. Fuori sento cori per qualche vittoria sportiva, petardi e mine che esplodono, incitamenti a impiccare qualcuno. In cortile ci sono due colleghi della sesta generazione che stanno partendo con zaini molto più grandi della casa dove abitavano.
– Euridice è morta – grido.
– Ti manderemo una cartolina – rispondono, salutando con una mano.”

 

-“Quando è stata quell’ultima volta?”

 

 

Mio nonno morì in una meravigliosa giornata di Marzo.
I bianchi raggi di un sole quasi primaverile cominciavano coraggiosamente a carezzare le larghe chiazze d’erba verde mela da poco rinate sulle colline;
Un vento forte e teso, da far girare ipnotiche le pale eoliche, puliva l’aria e la odorava di fresco, ma così tiepido e gentile da non mordere le ossa sotto le vesti.
Il giorno successivo ci preparammo ad officiare i riti funebri.
Era il giorno del mio ventitreesimo compleanno.