Federico

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La mia cattiva fede la chiamerò Federico, perché non sta bene.
Ha carie nella bocca che neanche tutto lo xilitolo della Finlandia basterebbe a pulirgli quella fogna.

Se lo molli in uno sgabuzzino Federico si trova bene,  in quel clima caldo secco buio habitat naturale degli stracci per la polvere e delle aspirapolvere e delle robe coperte di polvere Federico si conserva come la mummia assira di qualche bel demone emetico.

Capace anche che ti ringrazi della vacanza.
Quando esce.

Federico dallo sgabuzzino esce quando cazzo gli pare.
Puoi averlo chiuso a chiave.
Puoi averci messo davanti un armadio.
Roba che funziona con quelle mezze seghe di Alone in the Dark.

Federico apre la porta, sposta l’armadio, si gratta il culo e ti chiede che stai combinando, di ‘sti tempi.
LA SENTIVI LA MIA MANCANZA, EH?

Fanculo Federico.

Federico è quella voglia che improvvisamente torna di spaccare una muta icona.
Il problema non è la sua bocca di cesso o la sua malvagia risata da cattivo di serie B.

Il problema è che è fede, pessima fede.
Quella merda riesce ad arrivarti fino al sistema nervoso centrale dritto come un trapano, calcia come la migliore delle scimmie e ti trascina.
Federico è quello che ti trascina nei viaggi più di merda.

Il problema è che quel piccolo stronzo ti fa ancora credere in lui, sorride, si ripulisce.
“Questa volta non ti lascerò a notte fonda appeso per le palle al Promontorio della Paura”.

Faccia di Cuoio, vieni a liberarmi.

In quale fosso vuoi lasciarmi stavolta, Federico?
I reni si vendono bene al mercato nero insieme alle facce dei creduloni.
Nah, Federico lo fa perché adora questa merda più di sé stesso.

Federico non si trova attraente, non ha mai avuto fiducia in sé.
E chiede di averla a me.
Federico mi invita, mi prega, mi implora, mi lusinga.
Credimi questa volta, credimi.
Ed io gli credo anche.
Ma Federico non ci crede a sé.
Federico crede che si farà quattro risate, spiandomi dallo sgabuzzino mentre divento verde e viola.
Mentre mi vergogno della mia ingenuità.

Ride Federico, ride.
Non sta bene, Federico.

Federico è un desiderio psicolabile che si cerca e si nega in continuazione.
Federico è il bisogno di spiritualità di un ateo praticante.
Federico è in malafede.

Vaglielo a spiegare, a Federico, di tutte le tue belle parole su di lui mentre sghignazza.

TI HO FOTTUTO UN’ALTRA VOLTA, MERDA!

Federico è un’anima semplice.
Un impulso primario.
Si accontenta di poco.

Di dare fuoco ai miei ordinati campi, ai miei simmetrici accampamenti, alla mia stanza disordinata e sporca.

Sì, sì, hai ragione.
Sono io quello fottuto, Federico.
Quello che ha perso tutto.
La vecchietta in ginocchio di fronte agli eserciti d’occupazione, in lacrime, mentre il faccione del presidente che ha dichiarato la guerra alla tua nazione campeggia ancora stracciato dai muri frantumati.
Lubrificante per cingoli e anfibi.
Davanti al mio faccione sorridente, sbiadito in fotografia.

Sono io che ho perso Federico.
Re Chiodo se n’è scappato, sto popolo strascinato alla guerra se deve ricostruì tutto.

Come ridi bene Federico.
Come ti spaccherei la faccia.
Come ti infilerei tutti i denti nel petto, lentamente.
Come ti spellerei la pelle a forza di schiaffi.

Ma tu sei la mia mala fede, Federico.
Un fottuto insulto del tempo.
Un vilipendio.
Sei immateriale come un coniglio immaginario.

Tu mi guardi dallo sgabuzzino e ti diverti come un pazzo, stasera.

Sono io che blatero e mi agito come un vecchio beone in delirium tremens.
Una crisi d’astinenza.

Federico tu non stai bene.

Risoluzione strategica numero 22

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Plastica.
Carta.
Cristallo.
Pietra.
Il mio cuore era già gonfio quando passai il primo castello.

Non chiesi nulla alla mia muta guida.
La ventiduesima porta era scolpita di una storia così viva da farmi lacrimare.

Gli uomini sembravano fermati nella pietra del racconto da un anatema.La mia muta guida non parlava.
I suoi occhi di latte guardavano il cielo di perla.

“Domani pioverà”
Avrebbe potuto dire.
Non lo fece.

La mia guida camminava muta.
Avvolta nella sua veste di piume corvine.
Guardava il cielo bianco e assassino.
Chiudeva le vesti con le mani crepate d’avorio antico.

Dopo la ventiduesima porta non smisi di piangere.

I monconi delle ali iniziarono a sanguinare.
La camicia cominciò ad arrossire.
Ad annerire.

Dimenticai la mia mitezza.

I miei denti erano perle aguzze
I miei pensieri lucidi e violenti
I miei occhi in fiamme
La mia testa nera.
Cominciai a brillare spettrale e fioco.

La mia guida camminava muta, la sua mano tesa di fronte.

Il bunker #36 era semidistrutto.
La porta divelta dai cardini.
Il soffitto sfondato.
Le mitragliatrici fuse da troppo calore.
Macchie di granate.
Cemento disarmato.

La mia guida prese un pezzo di metallo ancora incandescente
Tra le mani d’alabastro
Lo strinse con tutta la sua forza.

Sentì l’odore della carne bruciata.

Lenti secondi.
La mia guida lasciò cadere l’acciaio al suolo.

Mi porse le mani.Il fuoco aveva scritto il mio nome segreto.

Cercai il muro dietro me, vi poggiai il peso.
Guardai attraverso le sue vesti pesanti.L’orizzonte.
La mia guida ripartì veloce.
Mi rialzai, la seguii.

Il sangue dalla mia schiena era colato sul muro a disegnare
La mia ombra rossa.

Attraversammo un roveto di rose.
Una galleria arrampicata
A formare una soglia.
Le vesti strappate e insanguinate di un uomo
Tenevano i delicati petali profumati
Sulle unghie.
Affondai il capo nel petto.

Attraversammo un arco di ombra
Sfuggente allo sguardo
Presente e scomparso
Allo stesso tempo
Presente e nascosto
Arato e innalzato
Immateriale e concreto.

Passati che fummo
Sparito alla vista
L’ultimo manufatto
La mia guida si fermò in attesa.

Di fronte a noi non c’era che una pianura.

Guardai l’orizzonte.

Mi tolsi la camicia, lorda di sangue.
A petto nudo, mi girai.

La mia guida aspettava.

Mi avvicinai.
Le fui di fronte.
Alzai lento le mie mani artigliate.
Piano, senza graffi, le tolsi le vesti.

L’avorio della sua pelle apparve abbagliante.

Mi guardò il fondo degli occhi di fiamme verdi
Con la traccia delle sue cornee lattee.

In silenzio alzò le braccia magre e mi cinse la schiena in un abbraccio.
Le sue mani piene di vesciche fresche si adagiarono
Sulle mie antiche mutilazioni sanguinanti.

Se dovessi parlare della vita

 

 

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“Ho messo il cuore dello stregone sotto le coperte del letto di Euridice. Ma non si muove, pulsa un pò soltanto muovendo la codina. Fuori sento cori per qualche vittoria sportiva, petardi e mine che esplodono, incitamenti a impiccare qualcuno. In cortile ci sono due colleghi della sesta generazione che stanno partendo con zaini molto più grandi della casa dove abitavano.
– Euridice è morta – grido.
– Ti manderemo una cartolina – rispondono, salutando con una mano.”

 

-“Quando è stata quell’ultima volta?”

 

 

Mio nonno morì in una meravigliosa giornata di Marzo.
I bianchi raggi di un sole quasi primaverile cominciavano coraggiosamente a carezzare le larghe chiazze d’erba verde mela da poco rinate sulle colline;
Un vento forte e teso, da far girare ipnotiche le pale eoliche, puliva l’aria e la odorava di fresco, ma così tiepido e gentile da non mordere le ossa sotto le vesti.
Il giorno successivo ci preparammo ad officiare i riti funebri.
Era il giorno del mio ventitreesimo compleanno.

Depressione cranica

 

 

 

IV.  “Caedite eos! Novit enim Dominus qui sunt eius”

 

Una volta, in guerra, sapevo dire esattamente qual’era un giorno per morire.
Non era difficile con tutti i compagni d’arme che mi circondavano, ognuno di quei giorni era un allarme continuo;
c’era chi non si fermava alla percezione, tra le ossa, c’è anche chi nei giorni per morire, muore davvero.

O ci prova.

Quando si è in guerra è più facile che qualcuno lo faccia. La guerra esalta, esagera, dicevano, limita le escursioni, massimizza le emozioni, sembra banale farsi guidare la mano da un sentimento, dalla morte infiltrata sotto la pelle.

Ricordo i giorni della morte in trincea a sventare questo o quel tentativo di strapparsi via a morsi la vita, quei visi amici trasfigurati in mostri, cani mastini che insultano e ti pregano di fermarli allo stesso tempo.
Se ci ripenso ora non so perché ci affaticavamo tanto a salvarli, cosa ci spingesse con la morte nei polmoni ad impedire che trionfasse nel corpo di qualcun altro.
Convenzione, paura, catarsi, una pura scarica di vita per tentare di riattivare i battiti interrotti.
Non riesco a credere che fosse amore o razionalità, sono cose che i giorni morti ti fanno sembrare ridicole, deboli, ipocrite. Se potessi fare uno sforzo forse direi che c’erano anche quelle eroiche e romantiche esternazioni che piacciono a tutti, ma impure, minoritarie, mischiate, irriconoscibili, in fin dei conti non loro, mai loro.
Se anche potessi sforzare di ricordarmi, e ricordo benissimo, in fondo non servirebbe a nulla.

La guerra è finita, poi, ad un certo punto.
Alla fine della guerra comunque eravamo tutti un po’ morti, specie i sopravvissuti, ho il sospetto in realtà che sia finita per quello.
Perché siamo tutti morti, di una morte un po’ peggiore, e lei, lei, ha perso interesse per noi, poiché le eravamo oltre.
La guerra è finita, la morte ha smesso di preoccuparci, insieme a un mucchio di altre cose;
eravamo come le pallide ombre perlacee di qualche esercito morto nelle prime ere che attenderà per millenni un eroe da aiutare in qualche altra guerra di cui comunque non ci importerà poi molto.

Siamo salvi, mi verrebbe da dire, se non mi venisse insieme da ridere;
con nessuna lama ci morderemo le carni, proprio nel momento in cui perde ogni senso contrapporre la lama alla carne, e  la carne al sangue, e il sangue alla vita o alla morte e la morte al male o il male al bene.
Da tutto siamo equidistanti, e fissiamo vaghi, ascoltiamo silenziosi.
Ad allungare la mano sembra di sfiorare con tocco di fantasma.

Eppure neanche ora riesco a sfuggire alla sensazione che dà l’approssimarsi di uno di quei giorni giusti per morire, forse ora c’è persino più affinità, e meno rabbia.
Questa sensazione che non è che brani di citazioni o nulla, come me, non potrei dire se sia questo freddo più pungente o la luce che pare ogni momento abbandonarti come quella di una candela sul punto di soffocare (eppure è il sole, credo, dietro le nubi, credo), se mi paia la voglia di dormire per mai più alzarmi o il desiderio di esplodere in un pianto disperato più adatto a figurare la condizione.
A volte è l’idea di cavarmi gli occhi per non vedere. A volte è la pesantezza del corpo che abito, come fosse stanco di me.

Io credo che anche gli altri riescano a sentirlo, ma non gliel’ho mai chiesto. Siamo vecchi e di queste cose non parliamo più.

Sono solo.
Una volta con loro avevo la disperata sensazione che non ce l’avremmo mai fatta.

Ora non potrei abbandonarmi a qualcosa di così falsamente titanico.
I giorni morti mi congelano, un’ombra perlacea che fa la statua di sale e inventa stratagemmi e chiacchiere per non sentirsi inutile.
Tocca con mano spettrale, sussurra rumori di catene.
Fermo come un reduce di una guerra con un proiettile bloccato nella spina dorsale, quando arriva il freddo e si ingrossa.
Non posso fare niente, io, non so, non riesco…

Ma nel mare di nebbia che ci ha accolto questa non è che un’increspatura.
Sulle linee di campo, una breve depressione del rumore.
Lo spasmo involontario di un muscolo ancora affidato ad una reazione ormai inutile.
La morte ci ha già catturati alla fine della guerra, ha vinto e ci tiene sospesi, in attesa.

Da sotto al velo sento ancora i giorni che si dedica, e torno a temere, mille cose, a sentirmi, debole, ad avere paura di me.
Vorrei poter dormire presto, ma dovrò presenziare al suo corteo.
Immobile come una statua di prigioniero ferito.

Non ubbidire [A.de Céspedes]

Citazione

25 gennaio

Giorni or sono ho annunziato a Mirella che intendevo festeggiare in qualche modo i suoi vent’anni; le ho detto di invitare i suoi amici a prendere il tè. Lei mi ha ringraziato, ma senza entusiasmo. Io ho aggiunto che avrebbero potuto anche ballare: avrei tolto la tavola in sala da pranzo e anche la porta, acciocché la stanza facesse tutt’una con quella d’ingresso. Un amico di Riccardo aveva promesso di portare alcuni nuovi dischi americani. Lei ha detto che avrebbe fatto gli inviti.
Stasera, invece, mi ha dichiarato che preferisce rinunziare: la maggior parte dei suoi amici non è libera, quella sera. Inoltre, ha aggiunto con uno sforzo, per quella sera, già da qualche tempo, ella è invitata a cena. «Mi dispiace» ha detto. Anch’io ho detto: «Mi dispiace».
 
 
Poi, pronunziando con riluttanza quel nome, le ho chiesto se fosse invitata da Sandro Cantoni. Ha risposto sì, da lui e da altre persone, ma io ho capito che non è vero o, seppure è vero, non sono esse che contano per lei. Le ho domandato perché non invitasse questi amici, a casa. Ha detto che è impossibile, che è gente abituata a ricevere e, insomma, a vivere in un modo diverso dal nostro, un modo che io non conosco. Ironicamente ho obiettato che, finora, ho sempre saputo come si vive e come si riceve; ho parlato della mia famiglia, della mia educazione, precisando che né lei né i suoi amici avevano nulla da insegnarmi. Mirella si è scusata, ha detto che non aveva intenzione di offendermi, ma insomma noi non riceviamo da anni e tutto è cambiato, nessuno prende più il tè, bevono cocktails, lei detesta le festicciuole familiari. Nel vedermi amareggiata ha soggiunto che,se proprio ci tenevo, avrebbe rinunziato a uscire, quella sera, sarebbe rimasta in casa con noi, ma noi soli; e sarebbe uscita la sera seguente.
Forse avrei dovuto accettare almeno per mostrarle che non è libera di fare proprio tutto ciò che vuole; invece una sorta di fierezza mi ha suggerito di rispondere: «Grazie, non c’è bisogno che tu faccia questo sacrificio». Mi domandavo che cosa dire a Michele, al quale avevo annunziato questo piccolo ricevimento, trovare una scusa mi pareva una impresa difficilissima, benché in realtà sapessi che bastava una scusa qualsiasi: Michele sarebbe stato così contento di non aver gente in casa, poter trascorrere la domenica come lui preferisce, accanto alla radio, tranquillo, che avrebbe accettato qualsiasi spiegazione.
 
Intanto osservavo Mirella: china sulla scrivania era intenta a verniciarsi le unghie con lo smalto rosso. Ha una mano lunga, fine, bellissima: la teneva appoggiata a un grosso volume di economia politica. Mirella studia legge, come suo fratello. Non è vero che è impensierita per gli esami, l’ho detto a Michele per giustificare lo stato d’animo di lei e la mia apprensione: studia poco, ma con una volontà ferma e precisa, i suoi voti sono sempre superiori a quelli di Riccardo benché a me pare che sia lui il più intelligente. Ieri ha detto che darà tutti gli esami a giugno. Temo che questa sua decisione nasconda qualcosa: volevo parlargliene e, invece, quasi senza accorgermene, le ho domandato: «Ha intenzioni serie?». Lei ha chiesto: «Chi?». Io ero pentita di aver intavolato questo discorso, ma ho risposto: «Cantoni».
L’ho vista arrossire nello sforzo di rimanere calma: ha detto che aveva sbagliato nel parlarmi di queste cose, l’aveva fatto soltanto perché non le piace mentire e perché mi giudicava una donna intelligente, comprensiva. Poi, sempre arrossendo, ha aggiunto che non ha alcuna intenzione di sposarsi per il momento, che vuole guardarsi attorno, godere la vita, e che, del resto, questo è quanto io le ho consigliato incitandola a continuare gli studi, a iscriversi all’Università, per lavorare, un giorno, ed essere indipendente: «Dicevi sempre che, così, avrei potuto fare a meno di sposarmi col primo venuto soltanto allo scopo di farmi mantenere. Non sei stata tu stessa a dirmi questo?».
Ho dovuto ammettere che è vero.
 
 
Seguitavo a guardarla e mi domandavo se già conoscesse un uomo. È piuttosto bella: alta, snella, desiderabile. Mi pongo questa domanda anche ora, mentre scrivo, e me ne vergogno quasi: perché è tremendo per una madre domandarsi questo della propria figliuola, una ragazza ventenne. Infatti non potrei parlarne ad alcuno: Riccardo e Michele reagirebbero con violenza. Gli uomini dicono sempre: «Guai se mia figlia, guai se mia sorella…» dicono: «Non ammetto».
È facile dire «Non ammetto». Intanto certe cose accadono e le ragazze che le compiono sono pur figlie e certo i loro padri hanno tutti fatto le stesse minacce. Non appena Mirella fu adolescente, io le parlai francamente di ciò che accade nel matrimonio e insomma tra uomo e donna, nella vita. Ricordo anche che mi domandai se già non lo sapesse, perché il mio discorso non sembrò sorprenderla, ma solo infastidirla. Michele mi approvò, disse che una ragazza, in tal modo può difendersi. Non ci domandavamo, però, se ella avrebbe voluto difendersi: ci pareva ovvio, indiscutibile. Adesso invece comincio a dubitarne: penso che all’età di Mirella io ero già sposata, aspettavo Riccardo. Non lo avevo mai considerato, finora, pensavo che fosse sempre una bambina e questi problemi, per quanto la concernevano fossero soltanto teorici. Adesso bisogna fronteggiarli, invece. Io le ho parlato tante volte della morale, della religione, ma ora temo che con le parole si lotti male contro i sentimenti e, diciamolo pure, contro gli istinti. Forse avrei fatto bene a trattarla duramente, a minacciarla, e invece le ho detto: «Senti, Mirella, ti ho comperato il cappotto rosso. Volevo dartelo il giorno del tuo compleanno. È nell’armadio, in un pacco». Lei mi guardava fissa e non sembrava neppure contenta. Io ho aggiunto: «Spero che ti piaccia. Costa molto». Ho fatto per alzarmi, andarlo a prendere, lei ha creduto che volessi mettere fine al nostro colloquio: ha appoggiato la fronte sulle mani, tenendo le dita sollevate perché le unghie erano bagnate di smalto, e si è messa a piangere.
 
 
 
Ho provato un improvviso freddo nella schiena, avrei voluto che non avessimo incominciato mai questo discorso. Volevo uscire dalla camera, ero vigliacca. Invece mi sono avvicinata a lei, l’ho presa tra le braccia mentre ella scostava le mani per non macchiarmi di smalto. «Che è accaduto?» le ho domandato sottovoce: «È molto grave? Confidami qualsiasi cosa, capirò tutto, Mirella, ti supplico, abbi fiducia». Lei mi ha guardato negli occhi e ha capito ciò che sospettavo: «No» ha detto «non è accaduto nulla di quello che tu pensi. Voi pensate sempre soltanto a una cosa, soltanto quella vi sembra temibile e, invece, non ha poi questa grande importanza». Io non sapevo più che supporre, mi domandavo che cos’altro potesse essere altrettanto temibile per una donna. «E allora?» le ho chiesto. Lei si era già ripresa, diceva: «E allora non so, mamma, ho avuto un attimo di scoraggiamento. Tutto è tanto difficile». Sollevata ho risposto che la comprendevo benissimo, che avevo avuto anch’io vent’anni, ma lei sorrideva scrollando la testa, sembrava non crederlo. Del resto, mentre le dicevo così, io stessa avevo l’impressione di ingannarla.
Innanzi tutto non ricordo bene come fossero davvero i miei vent’anni e, inoltre, se voglio essere sincera, mi sembrano molto diversi dai suoi. Io non rammento di essere stata padrona di scegliere tra il mio bene e il mio male, com’ella è oggi; e non a causa di tante usanze che sono mutate, ma proprio per una mia condizione intima. Nei miei vent’anni c’erano già Michele e i bambini, prima ancora che incontrassi lui e che essi nascessero; erano nella mia sorte, più ancora che nella mia vocazione. Non avevo che da affidarmi, ubbidire. A pensarci bene mi sembra che questa sia la causa dell’inquietudine di Mirella: la possibilità di non ubbidire. È ciò che ha cambiato tutto, tra padri e figli, e anche tra uomo e donna.

[Alba de Céspedes – Quaderno proibito]