Appunti di un viaggiatore nelle terre del capitalismo reale

 

Esattamente,
Immaginando di essere su di un treno
Nella notte
Presi dalla fretta di dover arrivare in tempo
In un punto
Per non perdere coincidenze e appuntamenti,
Cos’è
quell’insana voglia
Di tirare il freno d’emergenza
con gesto violento
E buttarsi all’indietro
Cadere sul pavimento della carrozza
Aspettando di vedere
che cosa accadrà?

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Moderno

 

 

La stanza è imbiancata, meglio, piastrellata, meglio, coibentata, insonorizzata, riscaldata naturalmente dalla conformazione dell’edificio e artificialmente da grossi tubi per la ventilazione condizionata.
La stanza è unità, nella sua particolarità, ed è calda, silenziosa, imbiancata, come un sorriso formale.
Al tavolo siede l’assassino.
Bisognerà ascoltare le sue ragioni.
Per ora l’assassino sonnecchia dopo essere stato un po’ in imbarazzo a guardarsi le mani callose, fuori luogo.
La sedia è tubolare, un po’ retro, materiali plastici tesi a sostenere le giuste parti del corpo, ha il giusto sapore di nuovo ma familiare.
Le luci non sono fredde, ma non caldissime, non si ha l’impressione né del bagno della stazione, né di una casa densa di ricordi.
Si tratta di una luce gialla, vagamente, più bianca, qualcosa per vedere bene, ma senza essere troppo feriti.
La luce è accesa.
Si trova una ventina di centimetri più a nord rispetto all’assassino, anche se nella stanza il nord non si percepisce.
La luce è a nord, comunque, anche se non esistono punti di riferimento per l’assassino.
Ai piedi non indossa scarpe troppo eleganti, casual, ecco, poggiano sul pavimento che deve essere linoleum o qualche resina data in maniera uniforme.
La presunta resina è scura e la luce non riesce a illuminarla, ne a riflettersi. Si ha la sensazione del nero.
Non ci sono finestre nella stanza, ma un grande vetro sovrasta la testa dell’assassino, adattandosi al soffitto.
Il vetro è uno specchio, o forse una lamina d’acciaio senza vetro.
L’assassino comunque non alza lo sguardo, né l’ha fatto prima, per adesso continua a sonnecchiare, ogni tanto cambia posizione sulla sedia tubolare.
Il tavolo è sicuramente una grossa lastra di vetro, poggiata su sostegni di ferro battuto, uno di quei tavoli che lasciano vedere la struttura se non sono coperti e si graffiano facilmente.
Il tavolo non è coperto, e si riflette nello specchio insieme ai suoi montanti, anche se dal punto di vista dell’assassino si vedono solo i montanti.
Questo se stesse guardando lo specchio.
Il tavolo è sgombero tranne che dal lato dell’assassino.
Dal lato dell’assassino si trovano un pacchetto di sigarette, ma nell’edificio non si può fumare, e i guanti dell’assassino, forati, ma non dall’uso, per necessità, che l’assassino ha tolto per dormire.
Non che dorma, sta sonnecchiando, riposa gli occhi.
L’assassino poggia un po’ di peso sul tavolo, un po’ sulla sedia.
Non saprebbe dire se è tanto che aspetta, ma prima di assopirsi un po’ si sentiva annoiato, il che dovrebbe essere indice che un po’ di tempo doveva essere passato, poco prima che si mettesse un po’ a riposare.
L’assassino non sta riposando da molto, comunque è difficile dire quando si è un po’ nel dormiveglia da quanto si è così.
Nella stanza dovrebbero esserci anche microfoni e telecamere, anche se l’assassino non le vede.
Ma dovrebbero esserci.
All’assassino bisognerà chiedere le sue ragioni, fare ecco, un’intervista, svelare con onestà il segreto del perché.
L’assassino ha deciso di confessare.
Aspetta sonnecchiando nella stanza la sua intervista, anche se è un po’ di tempo, e nessuno arriva.
Sulla bocca comunque ha un sorriso sereno.
Lui il suo dovere l’ha fatto.
Ora non resta che aspettare.